LA STAMPA - 16/6/2010 (7:30) - RETROSCENA
Contromossa
dei finiani - Sgambetto in commissione
Intercettazioni, Pdl ad alta tensione - La minoranza: «Le modifiche sono un dovere di legalità»
AMEDEO LA MATTINA
ROMA
Trattativa? Non mi risulta nessuna trattativa. Basta, la partita è chiusa», taglia corto Fabrizio Cicchitto allontanandosi dall’aula di Montecitorio e diretto verso i suoi uffici per mettersi in contatto con Palazzo Grazioli dove oggi Silvio Berlusconi ha convocato un vertice sulle intercettazioni e sulla manovra economica. «Trattativa? Ma qui si va allo scontro frontale e il Cavaliere ne ha fin sopra le scatole di Fini», spiega Osvaldo Napoli. Il capogruppo Pdl in commissione Giustizia Enrico Costa si chiede perché i finiani hanno votato all’unanimità il provvedimento nell’ufficio di presidenza e ora rimettono tutto in discussione: «Così delegittimano il massimo organo di partito, facendogli perdere credibilità. Il loro, più che un ragionamento tecnico di merito, mi sembra un calcolo politico».
«Ma quale calcolo politico - replica il finiano Fabio Granata -, l’errore è stato non aver chiesto lo slittamento dell’ufficio di presidenza riunito mezz’ora dopo che gli emendamenti erano stati consegnati a Giulia Bongiorno. Alcune modifiche non sono una trattativa ma un dovere per chi crede nei valori di legalità e giustizia». «Che gli costa a Berlusconi migliorare il ddl in pochi punti ed evitare scivoloni in Parlamento e via via su fino al Quirinale?», è la domanda apparentemente ingenua di Benedetto della Vedova. Il botta e risposta a distanza in Transatlantico fa piazza pulita delle voci che si rincorrono su trattative, su una possibile tregua con timide aperture di Berlusconi, addirittura di accordi su un nuovo patto fondativo del Pdl che ridarebbe nelle mani di Fini il 30% del partito. Chi lo ha sentito fino a ieri sera assicura che il premier vorrebbe invece sfidare il presidente della Camera: mettere la fiducia sulle intercettazioni e poi vedere quali deputati votano contro il provvedimento.
Sì, perché i finiani sono pronti a votare la fiducia, ma poi votare contro il disegno di legge, se non ci saranno i cambiamenti richiesti. La contromossa è pronta: Berlusconi chiamerà i deputati uno per uno e chiederà a tutti i ministri e sottosegretari di essere presenti in aula. «La maggioranza terrà, anche senza i finiani», assicura uno dei collaboratori del premier. Il quale non tollera che si discuta una legge all’infinito, facendo passare l’idea che il suo governo non è in grado di decidere. «Fini continua nei suoi giochetti ma non voglio arretrare di un millimetro. È il momento di stanarli, vediamo chi ha il coraggio di sfilarsi», ha detto Berlusconi. Ma prima di arrivare in aula (chissà quando e comunque dopo la manovra economica) l’agguato degli amici di Fini potrebbe scattare in commissione Giustizia dove il ddl della discordia arriva domani.
La relatrice è la Bongiorno che il Cavaliere considera una spina nel fianco. Oltre a lei ci sono altri 4 finiani in commissione (Siliquini, Consolo, Lo Presti e Angela Napoli). Dunque 5 su 19 componenti del Pdl. A questi 5 va aggiunto Luigi Vitali, membro della Consulta giuridica del partito, che non è finiano ma ha sempre criticato le nuove norme sulle intercettazioni («Stiamo facendo un pasticcio»). Se a questi dissidenti nella maggioranza si aggiungono i 15 deputati del Pd, i 3 dell’Udc e i 2 dell’Idv, il gioco è fatto: basta la modifica di una sola virgola del testo uscito dal Senato per riportare tutto in alto mare. Mosse e contromosse, con il Berlusconi che minaccia l’espulsione di chi non attiene alle decisioni del partito. Intanto il premier cerca di fare terra bruciata attorno a Fini.
Chiama i parlamentari che sono più vicini al presidente della Camera e li invita ad essere responsabili, ventilando la fine prematura della legislatura se la maggioranza non riuscirà ad andare avanti. Cerca pure di appropriarsi anche dei manager di area finiana.
E’ stato lo stesso
Fini che in questi giorni ha raccontato di una telefonata del premier
all’amministrazione delegato delle Poste italiane Massimo Sarmi,
al quale ha chiesto la disponibilità a entrare nel governo come ministro per lo
Sviluppo economico al posto di Scajola. Il Cavaliere gli ha spiegato che sul
suo nome c’è una larga convergenza. A quel punto Sarmi
ha detto di sì, convinto che il suo nome fosse stato fatto da Fini che alle
Poste lo ha voluto nel 2002 al posto di Corrado Passera. Così ha chiamato
l’inquilino di Montecitorio per ringraziarlo. Ma il presidente della Camera è
caduto dalle nuvole: «Non ne so nulla, non sono mai stato consultato sul
successore di Scajola». Il posto di via Veneto rimane ancora vacante e Sarmi è rimasto nel limbo.
Governo/
Bossi: Sarmi al posto di Scajola? Ho sentito altri
nomi
"Ma lo dirà Berlusconi"
postato 1 giorno fa da APCOM
"Ho sentito altri nomi". Si pronuncia così il leader della Lega, Umberto Bossi, sull'ipotesi di affidare il ministero dello Sviluppo economico (guidato ad interim dal premier Berlusconi dopo le dimissioni di Scajola) all'amministratore delegato delle Poste italiane Massimo Sarmi. "Può essere diversamente - sottolinea Bossi, in visita a Torino - ho sentito altri nomi". Bossi non aggiunge altro, nonostante le sollecitazioni dei giornalisti. E come a far capire che non spetta a lui dire chi sostituirà Claudio Scajola al ministero dello Sviluppo Economico, conclude: il nome del nuovo ministro "lo dirà Berlusconi".